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Sardegna, 1948: l’inedita e straordinaria esperienza
del quarto tipo di un religioso. di Gianfranco degli Esposti.
Le prime pietre documentarie della casistica
italiana degli Incontri Ravvicinati, nell’immediato dopoguerra,
furono notoriamente rappresentate, in assenza di organismi
specificamente dediti allo studio della materia, dalle singole
testimonianze raccolte da riviste di cultura e quotidiani, i cui
resoconti e commenti, consegnati alla memoria storica, avrebbero
successivamente consentito di ricostruire gli eventi più
significativi in tale contesto verificatisi, quelli cioè collegati
alle manifestazioni degli occupanti dei dischi, all’epoca recepiti
dall’immaginario collettivo come i marziani.
Si trattava tuttavia di reportage che, per quanto
completi ed obiettivi potessero essere nei contenuti, erano
regolarmente redatti all’insegna di un interesse perlopiù
folcloristico o di mera curiosità verso gli strani accadimenti,
sovente presentati nella cornice ironico bonaria delle celebri
tavole di copertina di Walter Molino, e di altri disegnatori- ed in
quanto tali non certamente spia di un’insorgente consapevolezza
ufologica del giornalismo italiano dell’epoca, conditio
peraltro cui quest’ultimo a ben cinquant’anni di distanza è
ancora ben lungi dal pervenire, contraddistinto com’è a tal
riguardo, in sin troppi casi, da malafede, trivialità ed indecorosi
baciapilismi nei confronti dell’ideologia dominante, e
quindi vittima più in generale di una vera caduta di stile rispetto
ad un modello che per quanto naive, era in fin dei conti
genuino.
Lo spazio generosamente concesso alla casistica
ufologica relativa ai contatti ravvicinati con entità sconosciute,
dipendeva così in toto dalla possibilità prettamente fortuita
degli organi di stampa di venire a conoscenza di tali eventi tramite
le persone medesime che di essi erano state dirette protagoniste, le
quali però, comprensibilmente -pur disponendo talvolta di
testimonianze collaterali o di elementi concreti a supporto della
veridicità della propria esperienza di faccia a faccia con
l’incredibile, non sempre se la sentivano di arrischiare di
esporre il proprio nome ad una dubbia fama data da pubblica
incredulità e derisione.
Ciononostante taluni casi furono egregiamente
esposti, ricevendo molta popolarità, come quelli di Fara di Cigno
(’48), Abbiate Guazzone (’50), San Piero a Vico (’52) Bernina
(’52) e Cennina (’54). Altri invece subirono un iter più
tormentato, vuoi perché precipitarono fatalmente nell’oblio della
coscienza collettiva, dopo una loro prima ed approssimativa
divulgazione, vuoi perché essi furono addirittura del tutto
intenzionalmente taciuti per interi decenni dai protagonisti stessi
- sino alla loro fortunosa riscoperta, avvenuta parecchi anni dopo,
come ad esempio si ebbe rispettivamente con gli incontri di
Renzo Pugina (Parravicino d’Erba,’54) e di Franco Premi
(Cremona’54). Altri casi infine, come quello del pittore Johannis
(Raveo,‘47), furono solo tardivamente divulgati, per via di un
gioco sfavorevole di circostanze, indipendente dalla volontà del
testimone.
E’ facile desumere come in un simile contesto
dominato dall’aleatorietà della diffusione dell’informazione,
la casistica ufficialmente nota su questi particolarissimi episodi
fosse ben lungi dal rifletterne l’incidenza reale e complessiva
nel nostro Paese, alla stregua di un iceberg, di cui si coglieva
solo una minima parte in superficie.
La storia che in questa sede verrà ripercorsa è
parte di questa indefinibile area sommersa di accadimenti,
essendo anch’essa tardivamente e casualmente affiorata sulle
censure per lungo tempo operate dal protagonista stesso, timoroso
che il carattere sensazionale di tale vissuto, a stento accettato
dalla propria stessa coscienza, ne avrebbe per sempre impedito una
qualsivoglia forma di divulgazione.
Una lettera
Nel dicembre del ’90 un’insolita missiva
giungeva alla sede del Coordinamento Nazionale di Gianfranco Neri [vedi
fotografia]; in calce essa recava l’intestazione di un
istituto ecclesiastico di Roma, il Centro Missionario Italiano dei
Frati Minori Conventuali: l’autore era un frate di origine sarda,
di nome Giuseppe Madau, all’epoca sessantenne, e da oltre quindici
anni in missione nello Zambia. Precisando di avere trovato il
recapito del CUN sul libro di R. Pinotti, UFO, Visitatori da
Altrove, acquistato in occasione del proprio provvisorio rientro
in Italia, per le festività natalizie, il religioso narrava di
essere stato protagonista parecchi anni prima, nel settembre
del’48, all’età di diciott’anni, di un clamoroso contatto
ravvicinato con un UFO, avvenuto in pieno giorno nei pressi del
proprio convento di Oristano, in Sardegna, nel corso del quale
–per evidente azione del misterioso oggetto, egli era stato
sollevato in aria per alcuni istanti, insieme ad un cane che si
trovava nelle vicinanze.
A questa esperienza ufologica, continuava il
Madau nel proprio scritto, ne seguì decenni più tardi, nel 1974,
una seconda, di minore entità –si fa per dire:
l’avvistamento sui cieli dello Zambia, di un enorme piattaforma
cilindrica metallica, che affiancò per qualche istante
l’aereo a bordo del quale egli si trovava, poco prima che avesse
inizio la manovra di atterraggio.
Vi era la giustificata sensazione che si fosse in
presenza di un caso di notevole spessore, soprattutto per ciò che
riguardava l’episodio dell’incontro ravvicinato del ’48,
trattandosi di un evento inedito risalente agli albori dell’era
ufologica, caratterizzato da una così rilevante interazione fra il
testimone ed un oggetto non identificato: oltretutto il primo del
genere, in Italia, e non solo, nel quale un religioso fosse stato di
prima persona coinvolto. Questa consapevolezza trovava conferma
nella convinzione del protagonista stesso circa alcuni elementi
della vicenda, del cui significato egli non riusciva bene a
capacitarsi, e che, a sua detta, avrebbero necessitato di un debito
approfondimento in sede di regressione ipnotica, esperienza che egli
si diceva disposto ad affrontare malgrado l’avanzata età.
Ulteriori dettagli
Data l’esiguità del periodo entro il quale il
religioso sarebbe stato reperibile, prima del proprio ritorno in
Africa, Gianfranco Neri si affrettò ad inviare a questi una lettera
contenente alcuni quesiti circa la dinamica dell’episodio in
questione, alla quale poco dopo giunse una risposta.
A bordo della stranissima macchina, come
era apparso l’oggetto volante in questione, agli occhi stupiti
dell’allora giovane seminarista: un disco sormontato da una cupola
trasparente, sospeso al di sopra di un albero, a poche decine di
metri di distanza da lui- il Madau asseriva di avere constatato la
presenza di due figure di aspetto estremamente simile all’uomo;
agitato il braccio ad esse rivolto, in segno di saluto, queste
avrebbero risposto!
Le entità, uscite quindi all’esterno,
avrebbero invitato a gesti il giovane ad avvicinarsi al di sotto del
disco, ma a fronte della sua manifesta riluttanza, sarebbero in
breve rientrate a bordo. A questo punto la narrazione passava a
descrivere il clou dell’evento: effettuata una strana
manovra di mutamento del proprio assetto, l’oggetto avrebbe preso
ad emettere strani fasci di luce di diverso colore, separati
l’un l’altro per scomparire quindi di colpo dal campo visivo
del testimone, il quale si sarebbe sentito improvvisamente
sospeso in aria. Di lì a poco il seminarista avrebbe cominciato a
recepire una crescente e non meglio precisata sollecitazione di tipo
elettrico sul proprio cervello, sempre più fastidiosa e dolorosa:
era come se esso venisse letteralmente scandagliato da qualcosa
contro la quale egli nulla poteva. Sentendosi prigioniero di funi
invisibili, e di una paura che in lui stava crescendo incontrollata,
egli avrebbe preso a supplicare la Madonna, perché lo salvasse da
quell’inaudita condizione, registrando poco dopo la voce chiara ed
un po’ distaccata di una donna, echeggiante nella sua
mente, la quale ingiungeva fermamente a qualcuno che egli
venisse lasciato libero. Di lì a poco tutto sarebbe cessato, ed
egli, insieme al cane, suo compagno di sventura, sarebbe stato
lentamente adagiato a terra.
Dell’oggetto a questo punto non vi era più
alcuna traccia, se non nel suo animo comprensibilmente incredulo e
frastornato; rientrato in convento, e cercato di far parola ai
propri compagni dell’incredibile accaduto, egli venne
impietosamente zittito.
Così terminava la ricostruzione epistolare
dell’episodio occorso nel lontano ‘48. Negli anni che seguirono
l’ex seminarista, divenuto frate, tacque a lungo sulla propria
incredibile esperienza, che dapprima, non avendo di fatto alcuna
nozione di accadimenti ufologici, e quindi impossibilitato ad
interpretarla in alcun modo, relegò in un angolo della propria
memoria, archiviandola idealmente, sino a quando l’eco
degli avvistamenti che andavano ripetendosi in tutto il mondo, e di
cui egli apprendeva dai giornali, non operò in lui una prima sensibilizzazione.
Ciononostante quasi ogni suo tentativo di aprirsi con terzi a tal
riguardo dovette rivelarsi infruttuoso e solo raramente egli poté
ricevere attenzione e credibilità. Venne poi il lungo periodo
missionario nello Zambia, lontano dalla civiltà e dal mondo, ma
paradossalmente fu proprio in quel contesto che si verificò la
seconda esperienza ufologica della sua esistenza: l’avvistamento
del grande oggetto cilindrico che procedeva a zig zag, di fianco al
suo aereo, nascondendosi di volta in volta dentro le coltri
nuvolose.
Alla luce dell’apparente impossibilità di un
approfondimento dell’intera vicenda, data la pressoché continua
assenza del frate missionario dall’Italia, le lettere furono
archiviate e del caso rimase una vaga memoria nei pochi che di esse
avevano a suo tempo preso visione; lo stesso Gianfranco Neri aveva,
peraltro giustamente, sconsigliato il Madau dall’intraprendere la
regressione ipnotica, e per l’avanzata età di questi, e per la
continuità che un tale trattamento avrebbe richiesto.
Nove anni dopo: l’incontro
Quando nel dicembre del ‘98 mi trovai
casualmente fra le mani quegli scritti, apprendendo a grandi linee
dell’incredibile storia, così frettolosamente –anche se
giocoforza- accantonata, fui tentato di verificare, tramite il
Centro Missionario Italiano dei Frati Minori Conventuali, di Roma,
se qualcuno fosse in grado di fornirmi il recapito in Africa di
padre Madau, nella vaga speranza di contattarlo per lettera, al fine
di riproporne in qualche modo il caso. Con mia grande sorpresa -si
era infatti a ridosso delle festività natalizie, venni a sapere che
il religioso era provvisoriamente rientrato in Italia, e che si
trovava in quei giorni alloggiato presso il medesimo istituto.
Nel
volgere di un paio d’ore potei parlarci: il Padre si ricordava
perfettamente della lettera scrittaci nel ’90 e del suo successivo
breve contatto con Gianfranco Neri. Essendo peraltro il suo udito
fortemente compromesso dalla malaria e dal chinino, presi in Africa
da giovane, condizione che rendeva a dir poco problematica la
conversazione telefonica, fu lui stesso ad esortarmi ad andarlo a
trovare a Roma. L’incontro ebbe luogo in capo ad una decina di
giorni, nella stessa sede del Centro Missionario, la Casa Kolbe,
sita nello splendido contesto del Palatino. Constatato il mio
interesse per l’esperienza dell’incontro ravvicinato ch’egli
aveva avuto ad Oristano, in Sardegna, nel lontano 1948, il Padre non
tergiversò affatto a ripercorrere quell’intero episodio,
ampliandolo con inediti ed estremamente interessanti dettagli.
Quanto segue è il contenuto dell’intervista concessami nel
gennaio scorso, rievocante il clamoroso evento in questione nelle
sue fasi più importanti e significative, e preceduta da un breve
preambolo.
Quella sera di cinquant’anni prima
Il 13 settembre 1948, è la vigilia della
ricorrenza di Santa Croce; Oristano è addobbata a festa per
l’occasione, e sulla torre medievale della piazza centrale sono
state disposte delle luminarie. Verso le ore 19, malgrado il sole
sia appena tramontato, vi sono ancora eccellenti condizioni di
luminosità, come è del resto tipico in Sardegna, ancora in quel
periodo dell’anno- quando il giovane Madau -in ritiro spirituale
presso il locale seminario diocesano, in attesa di fare le prime
promesse dell’ordine francescano, cioè i voti, esce dal collegio,
recitando il Rosario e, inoltratosi nell’orto del convento, prende
il sentiero diretto a ponente [vedi disegno 1], uno dei tre
percorsi dai quali esso all’epoca era attraversato. Qui egli
dapprima si imbatte nel cane del guardiano, un vecchio animale,
mezzo cieco, che prende a seguire il frate sino alla fine del
vialetto, punto dell’orto coincidente, a sinistra, con l’angolo
Nord dell’edificio conventuale, e delimitato poco più in là dal
muro di cinta oltre il quale corre l’allora Strada Provinciale
Cagliari Sassari, oggi sostituita dalla Superstrada. Fermatosi un
istante, recitando la prima parte dell’Ave Maria, lo sguardo
rivolto al cielo, ancora chiarissimo e privo di nubi- egli scorge
verso ponente, un corpo mobile, dapprima scambiato per un volatile,
in quanto pressoché puntiforme- che scende in picchiata in sua
direzione, divenendo sempre più grande…
In pochi secondi vidi una macchina assolutamente
silenziosa e di forma stranissima che non avevo mai visto, e di cui
non avevo mai sentito prima parlare (durante il periodo del
ritiro spirituale o noviziato i seminaristi erano tenuti ad
osservare l’isolamento totale rispetto il mondo esterno, lontani
quindi da radio, giornali etc…NdR). All’inizio essa non
planava parallela al suolo, ma piuttosto obliqua, di modo che
arrivata all’altezza dell’edificio seminariale, potei vederne
chiarissima la sagoma: era un disco volante color argento, a forma
di campana. [vedi disegni 2 e 3] La cupola pareva
essere di plastica trasparente, dato che notai distintamente
all’interno la presenza di due uomini, bianchi, di aspetto
giovanile. Il disco si fermò poco al di sopra di un albero, un
Eucaliptus, disponendosi parallelamente al suolo: contemporaneamente
si udirono delle gride convulse e disorientate di gente, provenienti
dalla piazza del paese, la cui torre era stata illuminata per la
festa, e dal vicino distretto militare: "E’ andata via la
luce!", andavano a più riprese ripetendo.
Le figure uscirono quindi all’esterno
dell’oggetto, che era sospeso a poche decine di metri di distanza
da me, ponendosi in piedi sulla sua piattaforma: erano uomini
piuttosto alti, 1.90 o forse due metri, bellissimi, dal portamento
nobile, e vestivano una specie di tuta argentea; incuriosito, feci
loro un cenno di saluto, agitando il braccio, ed essi mi risposero
sorridendo, invitandomi gestualmente così mi parve, ad avvicinarmi
al loro disco: intendendo volessero portarmi via con loro, rifiutai.
Ripeterono il loro invito più d’una volta, ma io non lo accolsi,
conscio del fatto che il seguirli avrebbe significato per me
l’impossibilità di divenire frate francescano. Quasi constatando
il mio atteggiamento, le figure rientrarono nella loro macchina, la
quale si dispose in assetto obliquo, mostrando la propria parte
inferiore [vedi disegno 4]:fu in quel momento che notai la
presenza di un’apertura circolare scura, al centro, e di una
specie di struttura "a cingolo", o "cinghia"
metallica, posta lungo la circonferenza esterna, che prese a
muoversi, girando dapprima a scatti netti ed intermittenti, con un
suono secco, simile a quello prodotto da una catena su di un
ingranaggio- e poi sempre più velocemente.
Di colpo il rumore cessò
ed il disco dispostosi nel proprio primitivo assetto orizzontale,
prese ad emettere a ‘raffica’, in rapida successione
dall’apertura sottostante, degli stranissimi fasci di luce, di
diverso colore, indipendenti l’uno dall’altro Si trattava di luce
a settori, o ‘blocchi’, [vedi disegno 5] il cui
aspetto cromatico cominciava dal viola, sfumava nel blu/celestino,
quindi nel verde, nel giallo, nell’arancione, nel rosso e per
ultimo nell’incolore: ebbi l’impressione che ognuno di
essi ‘spingesse’ quello sottostante, ad un ritmo ininterrotto.
Fra i vari ‘blocchi’, ognuno dei quali culminava in una di
specie di divisione/strozzatura, che dava all’insieme un aspetto a
‘salsiccia’ vi era una zona acromatica di transizione. Il disco
d’un tratto scomparve dal mio campo visivo ed io, cominciai a
recepire la distinta sensazione, di un suono elettrico: uu-uu/uu-uu
-che però si manifestava non a mezzo dell’udito, bensì nella
parte superiore del cervello: mi sentivo leggero leggero,
ondeggiante come un panno appeso ad un filo! Non vidi cosa stesse in
quel momento capitando al cane.
Forse l’oggetto in quel momento
era sopra di me; di fatto comunque non lo vedevo più. Da quel
momento il suono in questione si convertì in sensazione tattile ed
avvertii qualcosa di simile a delle ‘dita elettriche’- che mi
stava ‘rovistando’ nel cervello, insistendo particolarmente sul
lobo sinistro: inizialmente la cosa era paragonabile ad un
solletico, e ci fu una fase durante la quale fui, credo, assente
come coscienza, rispetto ciò che avveniva: ecco perché a suo
tempo avevo a voi proposto di venire sottoposto ad ipnosi
regressiva. Mi risvegliai con una sensazione dolorosa: il
‘frugamento’ stava continuando ed io sentivo sempre più male.
Fu a questo punto che cominciai a spaventarmi, pensando mi volessero
acchiappare e portare via…Reagii allora ‘esclamando’
–nella mente: ‘No, non voglio!’, e con la mia coscienza di
frate mi misi a pregare, ed invocai: ‘Madre mia, aiutami. Non
voglio!’. Fu allora che sentii la voce di una donna, che rivolta a
‘qualcuno’, diceva, sia pur con poca convinzione: ‘Ma
lasciatelo; lasciatelo stare’.
La risposta a queste parole, fu
data da un suono indistinto ed incomprensibile di ‘voci’
estremamente ‘accelerate’, che potrei paragonare a quello
comunemente prodotto dal nastro di un registratore fatto procedere
alla massima velocità. Lo scambio ‘verbale’ si protrasse per
alcuni istanti, mentre io seguitavo a supplicare ‘Madre mia,
aiutami’: si trattava però, voglio nuovamente precisare, di
‘voci’ e suoni a loro volta non provenienti dall’esterno, ma
che io udivo dentro di me. Ad un determinato punto echeggiò
nuovamente la stessa voce femminile, che chiara ed energica
ingiunse: ‘Basta, lasciatelo!’. Il ‘rovistio’ cerebrale cessò
di colpo, ed ebbi la sensazione di ‘scendere’, di lì a poco
confermata dal mio battere i tacchi delle scarpe al suolo, come
quando ti capita quando scendi da un gradino elevato. Fu allora che riaprii
gli occhi e, voltatomi a sinistra, vidi il cane, ancora sospeso
a mezz’ aria, il muso in alto, le gambe in posizione ‘fetale’,
la coda infilata tra queste: lo vidi scendere lentamente a terra;
arrivato a venti centimetri da terra, l’animale fece una caduta
improvvisa.
Per l’occasione constatai che il punto sul quale fummo
‘calati’ distava circa una decina di metri dal sentiero di
ponente, ove inizialmente eravamo: ci trovavamo ora infatti sul
sentiero centrale dell’orto. In quel preciso momento, quando
appunto avevo ripreso coscienza, sentii i soldati del vicino
distretto militare gridare: ‘E’ tornata la luce’;
analoghe gride udii provenire dalla piazza del paese, che salutavano
la riaccensione delle luminarie sulla torre; contemporaneamente
sulla vicina Statale Cagliari Sassari, al di là del muro di cinta
del Convento, le automobili si rimettevano in moto: per quale motivo
esse si fossero fermate non sono in grado di dirlo. Era nel
frattempo ormai divenuto buio, e mi riavviai verso casa: in quel
mentre, ebbi la netta sensazione che sulla parte sinistra della
testa, in corrispondenza della zona prefrontale e parietale mi
avessero fatto una cucitura; quest’impressione durò
qualche istante e poi svanì. Incontrati i miei compagni: stavano
preparando canti e cerimonie per la festa del giorno dopo, e tentai
di informarli di quanto mi era capitato, ma il tentativo fu inutile,
in quanto, non appena ebbi abbozzato la descrizione dello strano
oggetto che avevo visto, essi seccati per la mia intrusione, mi
zittirono quasi insultandomi. Da allora tacqui per lungo tempo,
nella convinzione che l’esperienza che quel giorno avevo vissuto,
ben difficilmente avrebbe potuto essere resa nota.
Considerazioni e raffronti
Da un esame obiettivo dell’intera narrazione,
emergono spunti e riscontri alquanto interessanti, non certamente
liquidabili come mere casualità, che sulla base delle acquisizioni
sino ad oggi maturate, oltre a conferire ulteriore peso ed
attendibilità al clamoroso ed inedito contatto ravvicinato in
questione, forniscono preziosi indizi che consentono di inquadrarlo,
nella sua dinamica e natura, come possibile esperienza del quarto
tipo, capostipite in quanto tale di un’intera casistica nota a
livello mondiale, dal secondo dopoguerra ad oggi. Si tratta per la
precisione, in altre parole, oltre che dei tipici tratti distintivi
di un IR4, anche di termini e di concetti istintivamente fatti
propri dal protagonista nella ricostruzione di quel lontano
episodio, cioè non a bella posta studiati, e la cui presenza
nel resoconto in questione non può che essere significativamente
colta, secondo la sopra menzionata prospettiva interpretativa.
Procedendo per ordine, dall’inizio del racconto, abbiamo:
-La descrizione dell’oggetto e delle entità;
si nota un chiaro addentellato con le tipiche tematiche del
contattismo: il protagonista parla infatti testualmente di disco
a forma di campana, per gli addetti ai lavori, bell shaped
UFO e di occupanti estremamente simili all’uomo, alti,
bellissimi, dal portamento nobile, e indossanti tute argentee.
-Il venir meno della luce in paese, in
coincidenza con l’arrivo del misterioso oggetto, ed il ritorno di
questa ad avventura finita.
-Il dialogo a gesti con gli esseri a bordo
del disco, richiama chiaramente alla memoria l’avvistamento di
padre Gill (Nuova Zelanda) del ’59, con la differenza che in
questo caso abbiamo a che fare con un’interazione ben più
ravvicinata, limitata cioè non già ad uno scambio di saluti, ma
culminante nell’invito, rivolto al testimone, a salire a bordo.
Qualcosa del genere, invito/rifuto, si ebbe anche nel caso Facchini
(Abbiate Guazzone, ’50) anche se fu contraddistinta per il
malcapitato protagonista, da una dinamica più cruenta:
fuga/abbattimento.
-Gli stranissimi fasci di luce… a settori, o
‘blocchi’ policromi, che oggi definiremmo luce solida,
emessi dall’UFO successivamente alla propria manovra di mutamento
di assetto: particolare interessantissimo, la sequenza di colori
descritta: cominciava dal viola, sfumava nel blu/celestino,
quindi nel verde, nel giallo, nell’arancione, nel rosso e per
ultimo nell’incolore corrisponde perfettamente allo schema
completo dello spettro cromatico della luce [vedi fotografia]
-Dopo questa fase dell’emissione di luce
solida, che non a caso oggi si ritiene preluda situazioni di rapimento-
il protagonista perde letteralmente coscienza, e si sente leggero
leggero, ondeggiante come un panno steso; egli a questo punto,
non realizza che in realtà già si trova sospeso in aria assieme al
cane–i suoi occhi infatti rimangono chiusi sino a quando non verrà
riposto al suolo- né successivamente riuscirà a ricostruire in
momento d’inizio della fase di sollevamento. L’intera operazione
scandaglio sul proprio cervello, e le non meglio identificabili voci,
sono pertanto recepite durante il classico stato alterato di
coscienza.
-L’esplicita sensazione, ad esperienza finita,
di avere subito una cucitura, nella zona cerebrale
interessata: questo rinvia eloquentemente alla nota tematica degli
impianti
-La voce chiara, distinta, di una non meglio
identificata donna, successivamente all’invocazione della
Madonna: l’interposizione di un’immagine religiosa non è nuova
di esperienze di questo tipo, e rientra più in generale nella
confluenza in più occasioni registrata fra fenomeni UFO e BVM
(Salette, etc… )
Conclusioni
Nel suo resoconto padre Madau ha riproposto con
la massima lucidità e coerenza il lontano ed incredibile evento che
lo coinvolse, e che è ancora vivissimo nella sua memoria. Nel suo
stato d’animo però non vi è, né mai vi è stata,
l’aspettativa di un eventuale ripetersi di tale incontro. Semmai,
più sul piano generale, domina in lui una precisa convinzione sulle
ragioni d’essere del problema UFO globalmente inteso, secondo la
quale esso affonda le proprie radici nel mondo biblico. E da esperto
esegeta biblico, curatore da decenni delle edizioni liturgiche
vaticanensi, egli ci traccia una sua prospettiva interpretativa
circa la natura di quegli esseri, che lui stesso vide, citando la
lettera di San Paolo agli Ebrei
Chi sono gli esseri che sono in Paradiso? (ossia,
che esistono nell’universo?)
Dio, gli Angeli ed i Prototocoi, i
primogeniti che sono stati arruolati nei cieli.
In altri termini, afferma il Padre, si parla di coloro
che vengono da altri mondi, non dal nostro: taluni di questi esseri
sono certamente buoni, altri certamente cattivi. Ed
allacciandosi indirettamente alla sua esperienza egli cita il
resoconto di uno dei tanti incontri ravvicinati narrati dalla
Bibbia, oltre quelli di Enoch, Elia ed Ezechiele: l’avventura
di Abramo, che distese le opere sacrificali sul suo altare,
rivolto a Dio, vede in quel mentre un ‘forno’ transitare sulla
sua testa, e fermarsi; e in quell’istante Abramo cade al suolo
privo di sensi.
Fonte: UFO
Mystery
11-
luglio - 2001 Mistic.it
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